Borgo Sasso, quando il lago si addormenta (ma tiene un occhio aperto)
C'è un'ora, a Borgo Sasso, in cui il paese smette di fingersi normale. È l'ora in cui il sole scivola dietro il costone e il lago, per qualche minuto, diventa dello stesso colore del cielo: un grigio-argento che non è né giorno né notte, e che a me, ogni volta, mette addosso una strana inquietudine felice. Se avete letto anche solo uno dei romanzi della Saga, sapete già che non è un'inquietudine casuale.
Oggi voglio portarvi lì, senza trama, senza indizi da seguire — solo per guardare insieme il borgo respirare.
Villa Valenti, bianca con le imposte rosse, è la prima cosa che si vede scendendo dal tornante. A quest'ora una delle persiane del primo piano è sempre socchiusa di qualche centimetro, non un dito di più, non un dito di meno: da anni mi chiedo chi la lasci così, e da anni mi rispondo che forse è meglio non saperlo. Sotto, il giardino digrada verso il grande faggio, quello con la corteccia incisa che i lettori del Libro 2 conoscono bene, e più in là, dove l'erba si fa più alta e nessuno taglia più da tempo, la vecchia serra riflette l'ultima luce come se avesse ancora qualcosa da dire.
Il lago, in questi minuti, restituisce l'isola del Silenzio come un ritaglio scuro. Dal monastero, se il vento tira nella direzione giusta, arriva un suono che non è campana ma non è nemmeno silenzio: un legno che cigola, forse un'imposta, forse una barca ormeggiata male. Renato, che il ristorante sull'isola lo tiene aperto anche fuori stagione per i pochi curiosi come me, dice sempre che è il pontile. Io gli credo, più o meno quanto credo a tutte le spiegazioni comode di questo borgo.
Sulla riva, vicino alla fontana votiva nascosta nella valletta, qualcuno ha lasciato un mazzo di fiori di campo, freschi, legati con lo spago da cucina. Non è una data che ricordo, non c'è un anniversario che io sappia. Eppure sono lì, e sono lì da almeno tre giorni, perché li ho notati martedì e li ho ritrovati identici oggi. A Borgo Sasso, i dettagli che non tornano sono sempre il punto di partenza migliore per una storia — e infatti, indovinate un po', sto già scrivendo.
Quando la nebbia comincia a salire dall'acqua, l'ultima luce nelle finestre della villa si accende una alla volta, come se qualcuno stesse contando le stanze prima di dare la buonanotte al borgo. È il momento in cui io chiudo il taccuino e torno a casa, convinta come sempre che stavolta non abbia visto niente di strano. Convinta, appunto, per circa un quarto d'ora: il tempo che mi serve per arrivare al portone e ricordarmi della persiana socchiusa che, quando sono passata di nuovo, era chiusa.
Buon fine settimana, e occhi bene aperti sul lago.
Monica

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