Le iniziali sul faggio: come nasce un dettaglio che poi non ti lascia più


Ci sono dettagli che arrivano quando meno te lo aspetti, e quello delle iniziali incise sul grande faggio, quello che sta tra Villa Valenti e il lago, per chi mi segue da un po', è nato così, quasi per caso, una sera che avrei dovuto scrivere tutt'altro.

Stavo lavorando a una scena ambientata nel presente, ad Antonio che cammina lungo la riva con la testa altrove, e nel manoscritto avevo scritto "passò accanto al vecchio faggio" senza pensarci troppo. 

Un albero, giusto per dare peso al paesaggio. Poi, rileggendo il giorno dopo, mi sono fermata su quella frase con la sensazione, che conoscono bene tutti quelli che scrivono, che lì sotto ci fosse qualcosa che ancora non avevo visto. Un albero così vecchio, in un posto come Borgo Sasso, doveva portare addosso i segni di chi c'era passato. Non un segno qualsiasi: qualcosa di inciso, di volontario, di rimasto lì più a lungo di chi lo aveva fatto.

Mi è tornato in mente un tronco vero, quello di un parco vicino a casa mia, pieno di cuori e iniziali di ragazzi che probabilmente oggi non si parlano nemmeno più. 

Da lì l'idea si è aperta da sola: e se sul faggio del Borgo ci fossero incisioni di epoche diverse, una sopra l'altra come strati di una stessa storia? Una più vecchia, quasi cancellata dalla corteccia che è ricresciuta intorno. Una più recente, ancora leggibile, fatta da mani che oggi portano il peso di quello che è successo dopo. Non ho dovuto inventare molto: mi è bastato chiedermi chi, in quella famiglia, avrebbe avuto bisogno di lasciare un segno che dicesse "io c'ero, e volevo che restasse".

Quello che mi piace di questo mestiere è proprio questo momento: un oggetto minuscolo — un'incisione grande quanto un palmo di mano, che improvvisamente si mette a fare da cerniera tra epoche diverse della storia, senza che tu l'abbia programmato a tavolino. 

Certo, poi bisogna tornare indietro e controllare che tutto torni: le date, chi poteva essere lì, se l'albero era già abbastanza grande. Ho passato un pomeriggio intero a fare i conti sull'età di un faggio immaginario, il che, detto ad alta voce, suona ancora più assurdo di quanto non lo sia stato scriverlo.

Da allora, ogni volta che nei romanzi torno su qel tratto di riva, rallento apposta. Non perché serva sempre alla trama, a volte è solo un dettaglio che resta sullo sfondo, ma perché ormai so cosa c'è scritto lì sopra, e mi piace pensare che il lettore, passandoci accanto due volte in due libri diversi, senta qualcosa muoversi anche se non sa ancora dire cosa.

Morale della storia: se scrivete e un albero qualunque si rifiuta di restare "solo un albero", forse è il caso di ascoltarlo. Io l'ho fatto, e ora quel faggio ha più segreti di certi miei personaggi principali.

Alla prossima dietro le quinte, Monica

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