La serra che nessuno guarda più.



C'è un posto, a Borgo Sasso, che non compare mai nelle fotografie di chi visita la villa. Sta dietro l'angolo del giardino, oltre l'ultima aiuola curata, dove il sentiero smette di essere un sentiero e diventa solo erba alta che nessuno taglia più. È una serra. O meglio: quello che resta di una serra.

L'ho costruita, voglio dire, l'ho immaginata, pensando al nonno di Marco, il Signore, un uomo che nella mia testa ha sempre avuto le mani sporche di terra prima ancora che di segreti. 

L'aveva fatta erigere lui, decenni fa, per coltivare qualcosa che oggi nessuno ricorda più cosa fosse: agrumi, forse, o semplicemente fiori che a Borgo Sasso non crescono per via del freddo che sale dal lago in autunno. Poi il tempo ha fatto il suo lavoro, come fa sempre nei posti che smettono di essere usati. I vetri si sono opacizzati di calce e muschio. Il telaio di ferro battuto si è arrugginito in punti precisi, quasi disegnasse una mappa. E l'edera ha cominciato a salire lungo i montanti, silenziosa e ostinata, come sanno esserlo certe verità che nessuno vuole vedere.

Quando scrivo una scena ambientata lì, faccio sempre la stessa cosa prima di scrivere una riga: chiudo gli occhi e provo a sentire l'odore. Non quello dei fiori, che non ci sono più. Quello di terra bagnata mista a ruggine, con un fondo dolciastro di legno marcito. È un odore che, nella mia testa, si porta dietro un rumore preciso: il cigolio del cancelletto laterale, che non si chiude mai del tutto bene, e che a ogni refolo di vento batte contro il montante con un colpo secco, come un dito che bussa a una porta che nessuno vuole aprire.

Non vi dico cosa custodisce, quella serra, per chi non l'ha ancora scoperto leggendo. Dico solo che l'ho scelta apposta come nascondiglio, e non a caso: i luoghi dimenticati sono i migliori complici del silenzio. Nessuno perquisisce un posto che ha smesso di esistere nella mente di chi ci passa davanti ogni giorno. È lì, proprio nell'invisibilità, che ho imparato, scrivendo questa saga, a nascondere le cose più importanti della trama. Non nel caveau blindato, non nel cassetto chiuso a chiave. Nell'angolo che tutti danno per scontato.

Mi piacerebbe pensare che il mio lettore alla fine del capitolo non riesca più a guardare una serra abbandonata allo stesso modo. Mi farebbe uno strano piacere, lo ammetto: significherebbe che quel cigolio, quell'odore inventato in una sera qualunque davanti al computer, sono usciti dalla mia testa ed entrati nella loro. 

Il che, detto tra noi, è anche un po' inquietante ma è il mestiere che ho scelto, e non lo cambierei.

Se passate mai da queste parti (quelle vere, intendo, sul Lago d'Orta, non quelle del borgo che esiste solo nei miei libri), e vedete una serra dimenticata dietro una casa di villeggiatura, fatemi un favore: non entrateci al buio. 

Non si sa mai cosa si nasconde dietro un vetro opaco di muschio.

A presto, tra le pagine del Borgo.

Monica

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